I nostri sono giorni in cui l'odio sembra arrivare da lontano. Da fuori. Da chi non ci somiglia. Ma strisciando, l'amore estremo a cui molto del nostro mondo ci costringe (adora, desidera, compera, possiedi) sta filiando in noi una certa familiarità con il suo sentimento antipode (depreca, rifiuta, getta, abbandona).
A volte è una questione di parole "presenti", come quelle di cui parla Zagrebelsky: la nascita popolo dell'Amore ha scopo nella contrapposizione a coloro che non vi appartengono, "quelli" dell'Odio.
Si potrebbe dire che lo zucchero sul fuoco diventa caramello, ma poi annerisce, indurisce, diventa non più commestibile, e cancerogeno. Si tratta di chimica: la definizione dell'Affetto scinde il reale in ciò che lo è e naturalmente in ciò che non lo è, definendo questo a sua volta.
In una favola persiana ancora viva nel nostro costume, il genio onnipotente può tutto tranne ordinare l'amore. E a chi chiede di essere amato, o peggio ancora, di amare, accade spesso di sintetizzare una reazione contraria.
Immaginiamo che non si tratti solo di acqua in una vasca, ma di un movimento più grande, più articolato. Una società. Quando la struttura ordinata, o pretesa tale, è bucata da sporadici atti di odio violento, i cittadini, mentre si spaventano, chiedono di conoscere quale sia l'humus dove crescono coloro che diveltono i sanpietrini.
L'Odio è una materia fascinosa, ma di questi tempi però è piuttosto fraintesa. Siamo spesso convinti , da noi stessi o da altri, e molti, che provenga dai limes, da lontano. Da fuori.
A volte è una questione educativa, la rottura di costumi condivisi genera sempre sospetto. L'Odio, però, come in un certo senso l'Amore, è un'attività indotta dall'ambiente: non è viceversa.
Per toccare questa chimica dimenticata, leggere le cinque o sei paginette di aforismi di Emile Henry. "Tra la beatitudine dell'incoscenza e l'infelicità di sapere, io ho scelto".
Uccise cinque persone con una bomba (aveva studiato proprio chimica), ne gettò un altra in un caffè, fu preso e prima di essere giustiziato scrisse quel promemoria di motti che ora è titolato Aforismi di un terrorista.
La lente delle sue iridi furiose e stanche forse aiuterà molti a capire come patetici siamo noi, con la nostra brutta e piccata idea dell'Amore, a nutrire come un campo dopo la maggese la rabbia di coloro ai quali non arrivano i loro semi, la loro acqua, i nostri frutti. |
Sì, insomma, chi crederebbe mai che Kafka si sia riposato. Chi lo immaginerebbe in campagna, di buon mattino, a spasso senza cravatta, a misurare i campi senza essere pensoso. Chi vorrebbe, soprattutto, immaginarlo sano, con i piedi sulla terra e le mani tra le foglie, i respiri ampi di aria pura, una compagnia familiare, qualche mese di serenità.
Chi desiderebbe che Kafka vada in ferie, e stacchi come tutti noi, smettendo pure di scrivere, o meglio, cambiando penna, scambiando la prosa con l'aforisma, e niente quaderni, ma fogli sparsi e un ordine per questi che sembra provenirgli da una fonte altra, che non ama molto parlare: una o due righe per ciascuna pagina.
Stemperare la realtà con la natura, diluire il male fino a lasciarlo alla memoria dell'acqua, che ricordi non può trattenere. Cogliere un'essenza senza l'uomo, scoprire una via mistica e contemplarne i panorami senza incamminarvisi.
Pessoa ha scritto: L'assenza di dio / è un dio anch'essa.
Così Kafka l'ha scoperto, e sembra produrre saluti esoterici con i suoi Aforismi di Zürau. Adelphi li pubblica nel loro ordine originale, sprecando tutta la carta necessaria pur di far somigliare un libro a una raccolta nata senza rilegatura; segnalando un doppio ordine di pagine, quello dell'edizione e quello di Kafka; riscrivendo le sue note, i suoi tratti di penna, le sue uniche, otto, correzioni alla prima stesura. Chi si intende con l'universo, troverà suggestivo anche quest'ultimo dettaglio.
Kafka mistico: le corde per la vetta non scendono dal cielo, i sassi stringono chi li impugna, il coraggio il male la morte. E l'uomo? L'uomo negli Aforismi è creatura, ma non più metamorfica, nè tantomeno sociale. L'uomo di questo Kafka è solo nel bianco, è non aspiro a dominarmi e una gabbia andò a cercare un uccello, è il pensiero che scorge l'orizzonte metafisico e non desidera tradurlo, ma solo parteciparvi. È il silenzio dell'autoosservazione senza le maschere dei sensi, la sconsolata consapevolezza di sé che avvicina irrimediabilmente alla verità, anche se questa non esiste.
Chi avrebbe detto che Kafka conoscesse così bene anche ciò che sta oltre l'uomo?
E perchè vi si è dedicato con così poche e criptiche parole, e per così poco tempo, e una volta sola?
E soprattutto: dov'è diavolo sta Zürau? Quale agenzia vi organizza viaggi? |
Cambiare mondo è più difficile di Fare mondi, ex novo. Tanto più che una certa resistenza alla svolta è da tempo compagna serena del nostro, di mondo. Come l'arte, i libri creano lo spazio che-non-c'era per vedere il cambiamento, ma certamente questo non basterà a coloro che desiderano, anche senza saperlo, strappare via il proprio costume ereditato.
Serve un esempio, serve che qualcuno, prima degli altri, viva quel cambiamento. Ma soprattutto, questo homo novus deve possedere una qualità carismatica senza la quale resterebbe l'unico illuminato dalla luce propria: il verbo.
Lasciare tracce, filiare un popolo, scrivere.
Lipika significa "appunto", "biglietto". Gli antichi greci usavano il dittico, in oriente avevano già buona carta.
Tagore è stato un sapiente, prima che un guru, e un equilibrato leader pubblico, raggiunta la notorietà. Ha rappresentato l'alternativa filosofica alla resistenza di Gandhi, la sua educazione inglese e la spiritualità del suo Bangladesh ispirarono in lui una mescolanza che si tradusse in una buona sorta di culto a metà tra il nostro cristianesimo e il lontano induismo.
L'origine duale, e contrapposta, la cultura pacifica e la radicata fiducia nei prodotti del pensiero umano ne fecero un idolo per gli scalzi di Calcutta e una finestra incancellabile per le signore europee.
Nella sterminata opera, molte chiavi della sua visione sono raccolte proprio nei suoi Lipika.
La narrazione breve, a volte sull'orlo dell'aforisma, coglie nei tratti l'aspirazione e il buio dell'uomo: la sua mistica confusione generata dal sostare, innato, tra la materia e l'altrove.
Affidarsi a un guru è piuttosto semplice: è sufficiente una cosmopolita apertura mentale, oppure una solida disperazione, oppure ancora una sana ricerca di senso quotidiana. Per ciascuno, Tagore diventa una guida affidabile, anche se, a dispetto degli altri saggi, gli ascetici orientali e i profeti occidentali, egli non offre serenità. Le sue lipika disegnano indovinelli e paradossi che raramente iniziano e finiscono in quiete. Il conflitto, forse quel particolare accidente di essere nato e ededucato in due modelli così diversi, è uno degli strumenti dialettici con cui Tagore rivela a chi lo ascolta la via per un'esistenza equilibrata e consapevole.
A farne un vate in Occidente forse fu proprio questa cifra, che abbiamo ereditato dall'epica, la contingenza di una situazione instabile che viene risolta con scelte felici o ingiuste, ma il cui finale rivela e coglie sempre quell'anima, quella coscienza, quella serenità che appagano i tumultuosi.
La storia del pappagallo costretto a cibarsi di libri pur di diventare colto è un buon esempio per capire come Tagore non richiedeva le Lettere ai suoi discepoli, ma soltanto il tempo, e dopo, il coraggio e lo spazio.
Fu premiato con un Nobel nei primi anni dieci, un'onorificenza che non si era mai spinta, e non si è spinta più, ad illuminare un autore di questo genere. E questi suoi successi, come alcuni suoi interessi politici e la sterminata fortuna di famiglia, lo rendono bersaglio dello scetticismo di molti aspiranti adepti dei giorni nostri. Il suo nome non è molto ricordato, ma a chi gli si avvicina è ancora in grado di offrire un calore strano, che non è proprio dei libri d'oggi: di questi si dice infatti che sia l'autore a possedere il flogisto e a passarlo nell'opera. Con Tagore si ha l'impressione opposta, la stessa benedizione dei filosofi antichi che confondevano felicemente virtù e bellezza, parole che non producono mondo, ma che cambiano l'esistenza, svelando altro e non inventando nulla, spostando la pietra del sentiero e lanciandola dove poco prima non c'era orizzonte, possibilità, coscienza: Tagore è la curva.
Ma attenzione: la consapevolezza genera la spina assoluta, la stessa dei artisti autentici, o dei filosofi, di coloro che sono (stati o no) illuminati: la soddisfazione nella solitudine.
Due giorni fa mi ha chiamato un'amica che questa consapevolezza deve averla colta, da qualche parte, tra le esperienze, tra gli incontri o chissà, nei tarocchi del suo guru: ha scelto di partire, viaggiare. E quando ha visto il posto accanto a lei vuoto, non aveva desideri, e vi ha posato sopra la propria valigia. Il dispiacere di perderne la compagnia andava a braccetto con una felicità raggiunta, la sua, che era una luce calda, contagiosa, nutriente. La lettura di Tagore vi preparerà a cogliere queste felicità, e non ci sono altri mezzi per raggiungerla, soltanto una così serena lettura vi metterà come in attesa di questi eventi, di questi salti, di queste svolte.
Tempo fa una ragazza mi ha chiesto cosa farei se mi trovassi chiuso in un macigno e dovessi – semplicemente! – uscirne. L'indovinello mistico, che in quanto tale offre tante soluzioni quante ne sveglia la fantasia dell'interrogato, che così rivela la propria natura, le proprie ferite e il proprio desiderio, mi ha fatto ritornare la voglia di visitare ancora i Lipika, biglietti scritti da un signore con la barba bianca che chiamava le ragazze "regine del limite".
Così, rileggendolo, ho capito che fuori dal macigno avevo chi mi metteva là dentro, e che questa fiducia piove sull'ego di pietra e lo crepa, lo spacca, germogliando in coscienza: e così si indovina come un guru autentico non sia altro che uno specchio dietro uno allo specchio, l'indovinello che propone il cappio e il capo per scioglierne il nodo: non solo la domanda, ma il cerchio da percorrere per tornare alla domanda, la risposta di spalle. |
Il tempo e l'esperienza del piacere sono i nuovi territori del lusso. Il possesso, ormai, è alla mercé dei più, e l'esibizione dei segni che questo permette e impone è diventata, paradossalmente, insignificante.
Raggiungere i lussi, perciò, è oggi più difficile. Non è sufficiente spendere, ma spendersi: cercare, studiare e soprattutto raggiungere i modi per soddisfare le esigenze della vita propria, godere di sè e del piacere per sé.
A questo che è il più bel porto della solitudine si attracca dopo aver ben navigato nei propri gusti: il lusso del piacere non ha una taglia unica, ma una per ciascuna di coloro che lo desiderano.
In ciò il nuovo lusso è il primo lusso democratico, e come tale propone scintillanti occasioni di godimento che sono, se pur nascoste, e molto, fruibili con poco.
Grafemi, di Giuseppe Zuccarino, è una di queste occasioni. Una collana di apparazioni senza filo, un rosario di fioriture possibili che si aprono al passaggio degli occhi che le leggono, e che svaniscono in pochi secondi, si diluiscono subito a noi, ai nostri pensieri. Uno stillicidio poetico di finestre percettibili, che bucano la nostra concentrazione di ispirazioni, suggestioni, sguardi su un altrove che distrarrà, felicemente, la mente occupata nelle sue routine.
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L'artigiano lavora piano e bene, Zuccarino impiega dieci anni per raccogliere i grafemi, e il risultato è il lusso della possibilità. Sperimentatelo: interrompetevi con questo libro, leggete non più di un frammento, ritornate alla vostra giornata. La risacca di Zuccarino vi ha portato cosa: pittura, filosofia, magia, scultura, poesia, malinconia, ironia, bellezza, esistenza, amicizia, sorpresa, un fiume o una casa? E chi la voce di chi vi ha ricordato: Klee, Nietzche, Breton, Valery, Simon, Dupin, Sinisgalli, Rilke, Michaux, Dante, Apollo, Calvino, Adami, Leibniz, Rembrandt, Goethe, Shakespeare, Van Gogh, Salinas, Bonnefoy, Colomb, Celan?
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Questo libro è il potere della distrazione. Dell'esserci fino a un attimo fa, e svanire, in un frammento, e tornare impreziositi dal suo riflesso profondo eppure scintillante. È il lusso di poter aprire finestre nelle saracinesche chiuse, vedere origami sul viso di chi vi annoia, dipingere lentamente sullo schermo del televisore, l'edera sul grigio, o un grigio di raso su colori troppo frizzanti, il rumore nella conchiglia, una cataratta che fa vedere di più.
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Si dice che la misura dell'uomo sia l'inquietudine. Che il senso sia la ricerca eternamente incompiuta, che l'uomo delle caverne e l'uomo post umano soffrano dello stesso disguido. La naturale tendenza a dover rimettere insieme le unità di senso che non capisce. E così, dicono, uno si inventa il dio Fulmine, l'ultimo gadget teconologico e il matrimonio e il lavoro.
Raccogliere frammenti è dunque l'attività più antica dell'uomo? Trovare un pezzetto e ricostruirlo fino a un'utilità compiuta.
Il grafema è la più piccola unità di misura del linguaggio, Zuccarino ci avverte così: il senso c'è, potrebbe però essere ogni frammento il capo e la coda. O entrambi, oppure nessuno dei due. È il serpentello che si mangia la propria coda, il simbolo o la natura? E la verità?
Zuccarino cita Char: "La verità è personale". Ma non ci sono arrivi, in Grafemi, perciò si riapre la bocca alla serpe: "Possiamo dire nostro solo ciò su cui non possiamo transigere".
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Si tratta di decidere che un libro faccia parte o no della nostra vita, ma come un figlio, senza poter controllare la sua natura. Accettando l'aspetto che questa gli darà. Non si tratta di tollerare, ma di credere che alcuni libri non siano romanzi, non siano saggi, e non vogliano insegnarci nulla, non vogliano farsi neanche ascoltare, leggere. Libri che sperimentano l'esistenza senza il processo della lettura, che è l'interpretazione.
La superbia del lettore viene scarificata dalla parola senza oggetto. Bisognerà respirare a lungo e avere pazienza. Sulla Storia non lo scriveranno mai, ma a volte vincono i libri.
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Mi ha chiamato dall'ufficio. Le avevo prestato Zuccarino, c'era dell'elettricità nella sua voce: «"Il colore della carta non deve essere necessariamente bianco"». Zuccarino scrive della carta carta, ma il grafema è dentro ogni parola, e perciò si può riconoscere in ogni riga. Questo capita con Zuccarino, come con certi oracoli, l'occasione e la sovrapposizione sono i suoi mezzi verso la consapevolezza. Un tempo questo libro sarebbe stato giudicato pericoloso, perchè conduttore. Di cosa è chi legge a deciderlo.
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Grafemi si limita a interrompere la visione razionale del senso. Non riempe attivamente la libreria. Alcuna letteratura è vita; questa invece è l'oggetto che ad un primo sguardo somiglia ad altro, e anche a riconoscerlo per quello che è ormai voi pensate a quell'altra cosa. Non si tratta di dire la verità, ma chiedervi se siete disposti ad interromperla con qualcosa che non è menzogna. Si tratta di vanificare l'utilità della saggistica e del romanzo e allo stesso tempo di scrivere qualcosa che è entrambi. Ricevere stimoli senza che essi siano attesi. "Molti di questi fili non chiudono né coprono, bensì restano interrotti, penzolano nel vuoto". Grafemi è tirare quei fili, e sentire, lontano, irriconoscibile, o forse no, pensateci bene, un campanello di altrove.
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Zuccarino è l'autore innamorato del lettore. Non si è nascosto dietro lo specchio, ma ha lasciato un pezzetto di sé in ogni frammento. Vuole che sia chi legge a dargli forma, così che l'autore sia come immaginiamo noi. Ci insegna la libertà dell'abitare un testo senza necessità della trama, ci insegna a entrare e uscire, senza imporci pubblico e privato. Ci ha dato dieci anni delle sue impressioni, e non dimentica che "il dettaglio è smisurato", e perciò confeziona attentamente il suo caleidoscopio.
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Grafemi ha a che fare con il fascino, ma quello di Trismegisto, che vuole capire l'ombra e sovrapporre la propria conoscienza alle forme appena riconoscibili nella penombra. È un libro che insegna il silenzio. Quello dell'asserzione. È un libro alchemico, nel senso che è scritto eppure è bianco, perchè l'occhio del lettore è portato fuori dal testo. Zuccarino si serve di Mallarmé, per puntare il dito verso l'introvabile pietra che luccica: "Non meno nel bianco che divide il testo, che nel testo stesso". |